“LA FONTANA DEL GUERCIO” CarugoFONTANA

Il termine dialettale “Guercc� può avere due significati: guercio, oppure potrebbe derivare da sguercc: storpio.
Nel primo caso, se si pensa al “guercio�, è immediato il collegamento con il dio Odino dei Germani, che si narra avesse gettato un proprio occhio nella fonte di Mimir per avere in cambio il dono della preveggenza e della magia; Odino veniva chiamato in svariati modi, tra cui anche “Bileygr� (= guercio); inoltre, nella mitologia germanica, era colui che guidava i morti in battaglia nel Walhalla(il loro paradiso); i riti di passaggio, e quello del culto dei morti è sicuramente uno di questi, erano anticamente legati all’acqua. Un po’ meno immediato è il collegamento con il dio Lug dei Celti d’Irlanda: anch’egli aveva perso un occhio, che gli era stato poi risanato, ed era un esperto di magia e d’incantesimi che lanciava con un solo occhio aperto; anche lui, come Odino, era stato impiccato all’albero cosmico per imparare l’arte della divinazione. Si narra che il dio Lug, prima della battaglia di Mag Tured, abbia lanciato incantesimi chiudendo l’occhio e zoppicando.
Sguercc� potrebbe indicare qualcuno che cammina storto: a questo proposito è utile ricordare che spesso Odino viene
rappresentato “come il dio viandante che, con un cappellaccio in testa e un mantello sulle spalle, spesso appoggiandosi alla sua lancia (oggetto che accompagna sempre anche Lug) a mo’ di bastone, cammina per le vie del mondo. Anche chi entra in trance cammina storto, e Odino era, appunto, il dio della magia, della divinazione, della “trance�.
La tradizione vuole che le coppie di sposini passassero la loro prima notte di nozze nei pressi della Fontana del Guercio, perché propiziava la fertilità. Spesso questa fonte ci regala sassi che ricordano la forma del cuore.
Sulla destra della fontana e a sinistra del sentiero vi sono delle rocce disposte a semicerchio: a me piace credere che delimitassero l’area dei riti.

 

“SAN GIORGIO E IL DRAGO”

Correva all’incirca l’anno 270 Dopo Cristo. A quel tempo un certo Giorgio, che in seguito divenne Santo, viveva sulle prealpi brianzole, più precisamente entro quelli che oggi sono i confini del Comune di Asso. Tutta la zona che va dall’attuale città di Erba fino alla Vallassina divenne territorio di caccia di un terribile drago, altrove conosciuto col nome di Ardrabuc, ma che gli abitanti della zona ribattezzarono “Furia Oscura� per via della sua malvagità. Ammorbava l’aria con un fiato pestifero e le greggi di pecore, in particolare quelle di Crevenna, erano il suo cibo preferito. Quando sull’altopiano, nei paesi vicini e in Donatello, San Giorgio e il drago in tutta la valle non ci furono più pecore da divorare, Ardrabuc iniziò a bruciare dapprima i campi, poi le case in cerca di altro cibo. La gente del paese prese allora la drammatica decisione di offrirgli in sacrificio giovani del villaggio, estratti a sorte, al fine di placare le sue ire. Il fato volle che un giorno tra le vittime designate venisse indicata anche la nobile principessa Cleodolinda di Morchiuso, che fu legata ad una pianta di sambuco e abbandonata al suo triste destino. Il valoroso Giorgio, che aveva un debole per la principessa, non appena venne a conoscenza di questa notizia partì immediatamente dalla Valbrona in soccorso della giovane, cavalcando il proprio destriero bianco; strada facendo escogitò una sottile astuzia per poter ammansire la belva una volta giunto nel luogo ove il sacrificio stava per compiersi. Durante il viaggio, si fermò da un fornaio e acquistò numerosi dolcetti ricoperti con i petali dei fiori del sambuco. Quando giunse dalla principessa trovò il mostro pronto ad addentare le carni della ragazza, ma riuscì a distoglierlo da quella occupazione e lo attirò verso di sé, quindi estrasse i dolcetti dalle proprie tasche e li gettò tra le fauci dell’oscuro e furioso Ardrabuc. 

Pianta arbustiva i cui rami, dal grosso midollo bianco, leggero e compatto, appena recisi celermente si rigenerano, il sambuco è ritenuto l’albero della rinascita ed è legato da sempre all’eterno ciclo della vita e della morte. La pianta di sambuco prospera lungo le siepi campestri, nei boschi rigogliosi e presso i suggestivi casolari campagnoli o nelle più appartate periferie di città ove rappresenta spesso l’unico residuo della vegetazione spontanea. Lei, con le sue foglie imparipennate, con la sua corteccia a rade e grosse lenticelle, i suoi fiori riuniti in pannocchie o cime di un color biancastro e un profumo ammaliatore, i suoi frutti a drupa color nero-violaceo.

Lei, che ingannò il drago. La diabolica creatura, grazie all’effetto rilassante generato dai fiori del sambuco, da belva spietata che era, divenne improvvisamente docile come un cagnolino e seguì senza esitare Giorgio (che nel frattempo con un colpo di spada aveva liberato Cleodolinda) fino alle prime case di quello che oggi è il paese di Eupilio.  

icona San Giorgio

Qui, di fronte al castello, il futuro Santo estrasse indomito la sua lucente e benedetta spada che, appena liberata dalla fodera, si mosse veloce verso la giugulare del drago decapitandolo con un movimento fulmineo e deciso. Accadde così che la testa del mostro rotolò sconfitta e sanguinolenta, senza arrestarsi, in una capitolante discesa, fino al Lago di Pusiano; venne catturata, rimbalzata e sospinta dalle sue onde finché si inabissò oltre l’Isola dei Cipressi, mentre il resto del corpo veniva dato alle fiamme. Le acque del lago voracemente inghiottirono il capo del mostro e si narra che ancora oggi esse custodiscano fiere l’unica reliquia del drago famelico che da mangiatore di uomini divenne il pasto del placido specchio d’acqua. I melmosi e torbidi fondali mai restituirono il cranio della belva: molti l’hanno cercato, alcuni affermano di averlo veduto, ma mai, mai nessuno ne ha portato vera prova. I pesci ne sono testimoni, si trova ancora lì, immobile tra terra e flora, tra acqua e sabbia, tra realtà e leggenda, tra noi e il lago: è lì che attende di mostrarsi nuovamente a tutti.

 

 

“IL FALO’ DI SANT’ANTONIO”

Il 17 gennaio si festeggia Sant’Antonio Abate, uno dei santi più venerati.
Nato a Eraclopoli, in Medio Egitto nel 251 d.C. circa e morto presso Afroditopoli nel 356 d.C. , è considerato padre del monachesimo. SANT ANTONIO
La tradizione cristiana vuole che Sant’Antonio Abate venga rappresentato nell’iconografia e nella letteratura come il protettore degli animali. Sant’Antonio si celebra sia con una benedizione agli animali impartita sul sagrato delle chiese, sia accendendo grandi falò per purificare il terreno da sterpi e foglie.
Inoltre il santo è patrono del focolare domestico perché sarebbe capace di sottomettere fiamme e demoni, e ancora di più ritenuto in grado di far guarire herpes dolorosissimi come il “fuoco di Sant’Antonio�.  Nell’iconografia lo si raffigura sempre con un porcello munito di campanella a fianco del santo egiziano: e la leggenda vuole che il porcellino sia stato “complice“ nell’aiutare Sant’Antonio a rubare il fuoco degli inferi per donarlo al popolo, che soffriva il freddo. La festa inizia la sera del 16 di gennaio dove “la pira� (Falò) viene accesa, mentre il giorno 17 è la giornata vera e propria di festeggiamenti con la benedizione degli animali nelle chiese.  La storia della festa e la tradizione inoltre, vuole che nel Falo’ vengano gettati tra le fiamme i bigliettini, con scritto il proprio desiderio (“Sant’Antonio dalla barba bianca fammi trovare quel che mi manca�). Con la speranza che ogni lettore trovi quello che manca ovvero che i propri desideri si realizzino.
Antonio è anche il protettore dei fornai, che un tempo tenevano l’effigie del santo nella loro bottega. Il 17 gennaio a Milano si usava andare nella chiesa a lui intitolata a ricevere la benedizione contro le malattie; subito dopo si andava in fiera; chiudeva il tutto una processione durante la quale i fornai portavano ai piedi della statua del santo le loro offerte.
Era venerato anche dalle ragazze che volevano sposarsi,  a gennaio che era il mese dei matrimoni cantavano “Sant’Antoni gluriùs, damm la grazia de fa ‘l murùs, damm la grazia de fal bèll, Sant’Antoni del campanèll”.

“LA GIUBIANA”

Narra una vecchia leggenda brianzola, che si perde nella notte dei tempi, che verso la fine del mese di gennaio e più precisamente l’ultimo giovedì, una vecchia signora, caduta in disgrazia, accompagnata dal suo fedele compagno Giané, girasse di notte nei cortili e nelle vecchie cascine alla ricerca di cibo poiché le dispense della sua casa erano ormai vuote. Per non mostrare la grande povertà che si riscontrava anche sui loro abiti e per non creare disagio agli umili contadini, giravano silenziosi, quasi con religioso rispetto, avvolti dal freddo e dalla nebbia che li abbracciava con tenerezza, con il suo manto leggero ed impalpabile.
I contadini fingevano di non vederli, però mettevano sulla finestra delle loro case un piatto con un poco di risotto affinché anche questi due poveretti potessero godere di quanto la loro modesta tavola offriva, in attesa che la buona stagione portasse buone cose per tutti.
Passati i due ospiti a ritirare il cibo, i contadini uscivano nel cortile e bruciavano alcune stoppie quasi a simboleggiare la volontà e il desiderio di cancellare con il fuoco questa immagine di povertà e di trisGIUBIANAtezza e affinchè la cenere rimasta da questo piccolo falò potesse servire da concime per i loro campi per un miglior raccolto. Per potere avvicinarsi il più possibile al vero significato del rito, è bene considerare quali dovessero essere i bisogni materiali e le speranze della popolazione contadina di un tempo, il cui tenore di vita era sempre ai limiti della sopravvivenza, per la quale durante l’anno assumeva vitale importanza la raccolta delle messi e dei frutti.
L’origine, quindi, è da ascrivere, come buona parte delle tradizioni popolari, ai bisogni primari.
Il rito del rogo della “Vecchiaâ€? si ricollega alla tribale ricorrenza, che intere civiltà agricole ebbero nei confronti della “Madre – Terraâ€? e, in particolare, vuole celebrare la vittoria della bella stagione sulla cattiva.
L’anno solare era vissuto come una persona viva. Ecco quindi la sua nascita, avvenuta con il risveglio della primavera; ricco di traboccante vitalità dona i suoi frutti al giungere della maturità; poi man mano si rinsecca e insterilisce come una donna che, divenuta vecchia, non è più in grado di procreare.